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Il 16 giugno 2026 il BEUC - l'organizzazione europea delle unioni dei consumatori - ha depositato un esposto formale presso la Commissione europea e le autorità di protezione dei consumatori contro ENGIE, Eni Plenitude, Shell e TotalEnergies. Insieme al BEUC hanno firmato dodici organizzazioni di consumatori provenienti da undici paesi europei. L'accusa è di greenwashing sistematico. Si tratta di una denuncia ufficiale, basata sul diritto europeo della protezione dei consumatori.

Le pratiche contestate, a quanto pare, sarebbero precise e documentate. ENGIE avrebbe venduto gas fossile spacciandolo per "100% verde" applicando un sovrapprezzo che, nella sua configurazione massima, arriva a 18 euro al mese: una "prima verde" variabile tra 0,75 e 15 euro in base alla percentuale di gas "verde" dichiarata nell'offerta, più una tassa fissa di 3 euro mensili indipendente dal contratto sottoscritto. Fanno 216 euro l'anno. Per del gas fossile. Le compensazioni di carbonio invocate a giustificazione dell'etichetta verde (investimenti in piantagioni forestali e generici "progetti climatici") sono definite scientificamente invalide dal BEUC. TotalEnergies, dal canto suo, avrebbe pubblicizzato il gas fossile come più ecologico di altri combustibili, omettendo un elemento: il gas naturale, oltre a emettere CO2 quando bruciato, libera metano durante estrazione e trasporto, un gas serra con potere climalterante circa 80 volte superiore all'anidride carbonica su un orizzonte temporale di vent'anni. Sommando le emissioni di CO2 prodotte dalla combustione e quelle di metano disperse lungo la filiera, il vantaggio climatico del gas rispetto al carbone può ridursi sensibilmente.

Tra i destinatari della denuncia c'è anche Eni Plenitude, la divisione di ENI nata per aggregare clientela retail, rinnovabili e mobilità elettrica. Un'azienda italiana, per chi stesse leggendo distrattamente. Non è un dettaglio trascurabile, in un paese dove il dibattito sulla transizione energetica vive spesso più di narrazioni che di numeri.

Agustín Reyna, direttore generale del BEUC, ha dichiarato senza giri di parole che alcune tra le principali aziende energetiche europee stanno fuorviando i consumatori rispetto al loro reale impatto climatico, impedendo loro di distinguere i fornitori che stanno davvero abbandonando i fossili da quelli che non lo fanno, o lo fanno troppo lentamente. Nel frattempo i consumatori pagano un premium per prodotti "verdi" che verdi non sono. E l'incertezza generata da questa comunicazione distorta scoraggia chi vorrebbe investire in pompe di calore, pannelli fotovoltaici e tecnologie pulite. Il danno non è solo ambientale: è economico, replicato su milioni di bollette, ogni mese.

Il report del BEUC si intitola "Switching off greenwashing". Chi mi segue sa che affronto il tema da tempo perché il greenwashing esiste, è misurabile, ha un costo diretto sulla bolletta di milioni di famiglie e rallenta una transizione energetica che ha bisogno di scelte consapevoli, non di etichette comprate a peso.

Preciso che non considero il BEUC una sorta di voce della verità assoluta e che alcune delle battaglie che porta avanti non mi trovano particolarmente d'accordo. Le accuse contenute nella denuncia andranno naturalmente verificate e accertate nelle sedi competenti. Detto ciò, la questione mi sembra tutt'altro che marginale: il tema del greenwashing nel settore energetico è rilevante e merita di essere discusso.

Fonte: beuc.eu/reports/switchi…

Jun 20
at
9:06 PM
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