L’inizio del nuovo anno è un buon momento per introdurre un filo di speranza.
Una speranza basata su una lettura razionale dei fatti, anziché sulle narrazioni che dominano il dibattito pubblico: la Russia non sta vincendo la guerra. E anche se questo non significa che l’Ucraina stia vincendo, è razionale sperare che possa riuscirci.
Vincere una guerra non significa necessariamente riconquistare ogni metro di territorio palmo a palmo. Nella storia militare, ciò che conta è (anche) il momentum: la capacità di infliggere colpi decisivi che rendano l’avversario incapace di sostenere lo sforzo bellico, ne erodano risorse, logistica e credibilità, e lo costringano a ritirarsi da posizioni che non può più mantenere e a rinunciare a obiettivi che non può conseguire. Da questo punto di vista, la guerra non è affatto chiusa — e non sta andando nella direzione raccontata da molte narrazioni "realiste", che ricalcano punto per punto la propaganda del Cremlino.
La Russia è impantanata in una guerra di attrito. Una guerra che è costata oltre un milione di vittime militari per conquistare circa lo 0,77% del territorio ucraino dalla fine del 2022 a oggi.
Non è un’opinione. È evidenza empirica, basata su dati pubblici e verificabili.
C’è però un altro punto che viene spesso ignorato. La guerra doveva negare l’esistenza stessa dell’Ucraina come nazione sovrana. Ha prodotto l’effetto opposto. L’Ucraina ha rafforzato un’identità nazionale già esistente, si è riconosciuta come comunità politica ed è stata riconosciuta dal mondo. L’Ucraina è uno Stato sovrano ed è parte dell’Europa. Qualunque sarà l’esito militare finale, questo obiettivo strategico di Putin è già fallito – e l’Ucraina ha conseguito un successo decisivo in prospettiva storica.
Questo non cancella il prezzo enorme che l’Ucraina sta pagando: la devastazione e la russificazione dei territori occupati, il rapimento e la deportazione sistematica dei bambini, il massacro quotidiano di civili colpiti dai raid terroristici russi con droni e missili. Ma è essenziale non confondere la brutalità degli attacchi dell’invasore con l’esito strategico e politico della guerra.
Nel post che trovate linkato qui sotto ricostruisco punto per punto cosa mostrano i dati: controllo del territorio, intensità dei combattimenti, costi umani, dinamica del conflitto. Non editoriali di parte, ma numeri, mappe e serie temporali. E li metto a confronto con le proposte diplomatiche che circolano oggi, soprattutto negli Stati Uniti.
Dati alla mano, diventa chiaro che la storia della “Russia vincente” serve a un obiettivo preciso: giustificare una concessione politica a Mosca che essa non è riuscita a ottenere sul campo.
Concedere territori in nome di una presunta “pace realistica” significherebbe affermare un principio estremamente pericoloso: che un paese possa conquistare territori sovrani con la forza, o con la minaccia credibile di usarla a lungo. Se questo principio passa, nessun confine è più garantito — nemmeno quelli dell'Unione Europea a partire dalle Repubbliche Baltiche.
Anziché auspicare miracoli diplomatici o scorciatoie negoziali che interrompano la guerra mediante la resa dello Stato aggredito, apriamo il nuovo anno con una speranza razionale fondata sul riconoscimento dei fatti.
Alla luce dei fatti, è lungimirante e necessario sostenere chi, difendendo con intelligenza e sacrificio la propria sovranità, difende l’Europa intera: casa nostra.