Make money doing the work you believe in

Halloween e il Giorno dei Morti cadono come due stazioni contigue nello stesso calendario, ma sembrano provenire da due cosmologie diverse. Una notte di maschere, zucche illuminate, scheletri fluorescenti, dove la morte diventa scherzo, caricatura, carnevale gotico. E subito dopo, il ritorno al silenzio: i cimiteri si riempiono di fiori e di fotografie in bianco e nero, le famiglie camminano tra le tombe come dentro una memoria collettiva. Nel breve volgere di una giornata, la morte muta volto: da parodia a liturgia. È un passaggio rapido, quasi impercettibile, ma profondissimo. Come se la nostra cultura oscillasse tra due metafisiche opposte: l’ironia della fine e la serietà del limite.

Questa doppia faccia del morire non è un semplice fatto di costume. Rivela, a chi voglia guardare più in profondità, che tutte le civiltà hanno dovuto decidere che cosa sia la morte, e che le risposte, per quanto numerose, possono forse essere ricondotte a due grandi famiglie spirituali, perlomeno se ammettiamo un po’ di schematizzazione. Esistono, insomma, due filosofie: quella che intende la morte come fatto effettivo, la radicale “possibilità della pura e semplice impossibilità”, avrebbe detto Heidegger; e quella che la pensa come penultima, come una trasformazione di stato, in ogni caso non un annientamento.

La prima considera la morte un fatto reale, definitivo, possibile fino in fondo. La morte non è una parentesi nel racconto dell’essere, ma la sua ombra permanente. È la filosofia della contingenza: il mondo non aveva alcun obbligo di esistere, le cose non sono necessarie. Potevano non essere. Ed è qui che la domanda – antica e terribile – si presenta come una faglia metafisica: “Perché qualcosa invece del nulla?”.

Leibniz la formulò con la sobrietà della logica; Schelling la riprese con la ferita di chi intuisce l’abisso. Se il nulla è una possibilità autentica, allora la vita è un miracolo fragile, provvisorio, mai garantito. La morte, intesa come soppressione non solo di ciò che esiste in generale, ma soprattutto di me, di questo singolo che sono, è “l’oscuro presupposto di ogni vita”, come la definisce Franz Rosenzweig. La meraviglia davanti al miracolo dell’apparire si mescola con l’angoscia inquietante e tenebrosa.

Il resto sul giornale InOltre, che ringrazio per lo spazio.

Nov 3
at
3:30 PM
Relevant people

Log in or sign up

Join the most interesting and insightful discussions.