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PAROLE IN BATTERIA
Se mi si domanda quale sia la più grande differenza tra l'attualità e il passato, il mio pensiero non può non andare a quanto sia diventato raro imbattersi in un contenuto davvero originale. Mi imbatto in un post politico, leggo un commento sportivo, un articolo sulla stampa locale, una riflessione su un fatto nazionale e spesso mi chiedo, lo ha scritto davvero questa persona oppure lo ha scritto un'intelligenza artificiale?
Lo stesso discorso vale per le immagini. Grafiche perfette, colori precisi, frasi perfettamente incastonate nel disegno.
Apparentemente c'è troppa perfezione, ma è una perfezione artificiale, che non trasmette calore, che non emoziona, che non infiamma.
Nel ventunesimo secolo la tecnologia deve necessariamente essere uno strumento utile, un sostegno alla mente umana, tuttavia, ci troviamo di fronte al più grande appiattimento di pensiero verificatosi nella storia, ed è solo l'inizio.
Sempre più spesso ci troviamo davanti a contenuti che sembrano usciti dalla stessa catena di montaggio, corretti, ordinati e prevedibili.
Parole in batteria, come i polli allevati in batteria.
Eppure c'è qualcosa che nessun algoritmo riesce ancora a replicare davvero, e mi riferisco all'imperfezione del pensiero autentico.
Penso a quanto è preziosa l'imprevedibilità di un'intuizione improvvisa, al fascino unico di una sfumatura personale, persino di un errore che racconta una storia e rivela il carattere di una persona.
La tecnologia può soltanto imitare la forma, ma non riesce a trasmetterne l'anima. Ed è per questo che trovo particolarmente attuale il richiamo contenuto nella Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV.
La macchina può essere un grande strumento, ma non deve mai sostituire l'uomo, perché il valore di un pensiero non risiede nelle parole che usa, ma nella coscienza che le genera.
È lì dove risiede la firma ideologica di chi la possiede.
