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Ogni mattina, tra le 6:30 e le 7:00, io e mio figlio piccolo, Cesare, di un anno e poco più, ascoltiamo la musica. Lui è un piccolo diapason che reagisce alle note in maniera ogni volta diversa.

Ho deciso arbitrariamente di prendermi dei giorni e fargli sentire sempre le stesse canzoni; nessuno mi ha detto sia giusto o sbagliato, nessun pediatra. Però credo che il suo cervello ancora di argilla possa così fissare forme musicali in maniera indelebile. Cinque canzoni.

Quando Neil Young mette in bocca l'armonica e canta, lui salta sul seggiolone e lascia i due Plasmon. Ha capito che c’entra il cuore perché io canticchio stonato con Young, mi tocco il petto e mi muovo lento, e lui mi segue. Per me è una preghiera che lui non smetta mai di trovare il suo cuore d’oro.

Poi, quando Ludovico Einaudi sfiora il pianoforte, ogni volta, non c’è volta che salti, Cesare prende i due Plasmon e li picchietta come Einaudi fa sul pianoforte, sulla plastica scadente del seggiolone Ikea, seguendo le mie dita che picchiettano a loro volta sul tavolo. A me sembra una melodia, mentre mi guarda e ride.

Quando la voce profonda di Alessandro Mannarino intona Per un po’ d’amore, lui sa che gliela canto e salta tre volte sul seggiolone, o quattro o cinque, dipende, e mi fissa. Mi cerca negli occhi e io provo a spiegargli la moltitudine di cose che vedo dentro di lui, e mi chiedo se lui veda, dentro di me, l’unica che mi interessa: la forza di renderlo coraggioso e limpido.

Mentre salta con il pannolino che struscia sul seggiolone e mi guarda, e Mannarino si affievolisce, io lo accarezzo e iniziano i suoi due capisaldi.

Ora, in bianco e nero, la voce dei Disturbed, che lo accompagna da quando è nato, gli ricorda il valore del suono del silenzio. È come se comprendesse che io in silenzio fatico, così allunga le mani, me le mette sul viso a cercare se dietro il silenzio ci sia della carne che non lo abbandoni mai. Apre la bocca e la muove, dondola la piccola testa con gli occhi uguali ai miei, e arriccia il naso, come la madre, con le gocce di silenzio che si asciugano dalla mia pelle.

Poi, infine, morde i due Plasmon. Ride, sa che è il momento della sua preferita di adesso. Lo sa perché sta costruendo la sua memoria musicale.

Il palco si apre, le braccia di migliaia di persone si alzano. Cesare si raddrizza, deglutisce i Plasmon e si piazza il ciuccio come fosse una sigaretta per godersi tutta l’ultima performance.

James Hetfield, seduto sul palco, tocca le corde della chitarra e Cesare sgrana gli occhi. Io lo vedo, lo segue incredibilmente. Alza le piccole mani rotonde e prova a schioccare le dita, somigliando di più al granchio della Sirenetta. Resta immobile, poi, in silenzio, oscilla appena la testa a ogni assolo di chitarra. Quando Hetfield apre la bocca arrotondando i versi, Cesare incrocia le dita fino a che la telecamera non inquadra il volto del cantante dei Metallica in tutta la sua intensità. Allora Cesare si sporge verso il computer, arriccia il naso, stringe gli occhi proprio come lui, ma allunga le braccia verso di me per farsi abbracciare e non per lanciare il seggiolone.

E io lo abbraccio. Non importa nient’altro oggi che è domenica.

Non saranno i Notturni di Ishiguro, ma, come lo scrittore premio Nobel, cerco un senso al buffo spaiamento della vita, mentre le mani di Cesare mi affondano sul viso.

May 31
at
5:44 AM
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