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Le rare volte che la mia vita si è intrecciata nuovamente con questa donna con cui sono stato una manciata di anni, prima che tutto andasse in malora con lei a cui ho dato la versione peggiore di me, anche a distanza di tempo, quando tutto ormai non ha più alcun sapore, accade sempre la stessa cosa.
Come l’altro giorno in strada, quando l’ho incrociata, lo stesso coltello con cui d'estate mi mangio il cocomero sul divano con la mia famiglia, si è abbattuto su di me e ha triturato il mio cuore mica per amore, lo ha fatto in pezzetti minuscoli, mischiandolo a sottili fette della corteccia cingolata anteriore del mio cervello, una quantità abbondante; poi con la punta ha picchiettato sull’amigdala bollente grattandone via piccoli pezzi e ha dato tutto in pasto a lei pronta per essere divorata.
La ricetta della vergogna credevo appartenesse a lei, che con un solo muovere della bocca, anche senza parlare, riesce a farmi vergognare di come sono stato.
Ma oggi che è domenica, Coetzee con “Vergogna” mi rivela che ho sempre sbagliato.
La vergogna non risiede negli occhi o nelle bocche degli altri, bensì nei nostri ingredienti di partenza. Siamo noi, più o meno sensibili al giudizio altrui, a provare vergogna o meno; nessuno ha gli ingredienti giusti per farci vergognare se non noi stessi, con le nostre, dolci o amare, verità umane.

