Un agiografia travestita da analisi.
Christian Raimo scrive migliaia di parole sull'eredità di Michela Murgia (appunti.substack.com/p/…) e arriva alla conclusione che bisogna prendere sul serio il metodo di Michela Murgia.
È un po' come se, dopo un lungo studio sulla cucina francese, si concludesse che bisogna mangiare meglio. Vero, ma è utile? Boh, forse non particolarmente.
Il saggio ha una struttura riconoscibile, ogni obiezione viene convocata, seduta e poi riaccompagnata alla porta con un "ma". Le imprecisioni? Ci sono, però non colgono la storia degli effetti.
Il personalismo? Esiste, però era colpa dell'assenza degli altri.
La mancanza di organizzazioni? È un problema, però è la crisi dei corpi intermedi.
A forza di però, si finisce per non dire niente di scomodo a nessuno, che è esattamente l'opposto di quello che Murgia faceva, stando almeno a questo ritratto.
Raimo la descrive come specialista del metodo, non del merito.
È una definizione affascinante.
Significa che sapeva come stare dentro un argomento senza conoscerlo fino in fondo, aprire domande senza chiuderle, parlare di tutto attraverso la parzialità dichiarata. In un altro contesto chiameremmo questa figura un opinionista televisivo, ma siccome il tono era quello giusto e i libri erano editi da Einaudi, la faccenda assume contorni più nobili.
Alla fine il testo ottiene esattamente quello che rimprovera ai fan di Murgia, trasformando un metodo in un'icona.
Leggerlo è come assistere a una messa. Chi ci va, già crede, chi non crede, non ci va.