Make money doing the work you believe in

Non sei un expat. Non sei un immigrato. Sei uno straniero. E quella parola la usano in tutta Europa.

C'è una cosa che tutte le lingue europee hanno in comune: una parola per dirti che non appartieni.

In danese sei udlænding, il prefisso ud significa "fuori". In tedesco hai due parole: Ausländer, chi viene da oltre confine, e Fremde, che è qualcosa di più viscerale, l'estraneo, l'alieno. In olandese lo stesso sdoppiamento: buitenlander, il "fuori", e vreemdeling, l'alterità pura. In francese étranger, quello che Camus ha scelto per il suo personaggio più solo e incompreso. In spagnolo sei extranjero, in italiano straniero, da "extraño/strano", ovvero qualcuno che è diverso e di cui non ti fidi del tutto.

Tutte le lingue europee hanno costruito la stessa casa, con la stessa porta: tu stai fuori.

Ora arrivo al punto che mi sta più a cuore.

Dentro questa casa già escludente, abbiamo costruito un'ulteriore divisione: quella tra expat e immigrato. E questa divisione, a differenza delle parole di cui sopra, non ce l'hanno imposta, l'abbiamo accettata, perché sembrava comoda.

L'expat è il professionista qualificato che si muove tra Paesi occidentali con il trolley in cabina e il contratto internazionale, che ordina online i cibi da casa pagandoli uno sproposito, e può permettersi di tornare anche una volta al mese, lavorando magari da remoto. L'immigrato è tutti gli altri. Stesso atto: lasciare casa, costruire una vita altrove, navigare una burocrazia in lingua straniera, mancare alla propria famiglia sotto le feste comandate. Parola diversa. E con la parola, un universo di assunzioni diverse su status, istruzione, intenzione, valore.

La distinzione non descrive quello che fai. Descrive da dove vieni.

La ricercatrice Klarissa Lueg della Syddansk Universitet ha dato un nome preciso alla trappola psicologica che si nasconde in questa divisione: the Good Migrant's Double-Bind. Il buon migrante viene lodato come eccezione – "Sei diverso dagli altri, più simile a noi, tu sì che ce la fai" – mentre il gruppo a cui appartiene viene sistematicamente svalutato. Accetti il complimento e accetti la gerarchia. Lo rifiuti e perdi l'unica protezione (illusoria) che ti era stata offerta.

È una trappola raffinata, perché si presenta come riconoscimento. Sembra inclusione. Non lo è.

E la cosa più subdola è questa: molti di noi, io compresa, in certi momenti, hanno accettato l'etichetta di "expat" proprio perché sembrava più dignitosa, più protetta, più vicina a chi ti deve, in fondo, convalidare. Senza accorgersi che stavamo semplicemente scegliendo un posto diverso nella stessa periferia.

La mia proposta è semplice, e l'ho già avanzata in inglese: usiamo la parola internazionali per descrivere chiunque abbia attraversato un confine e costruito una vita altrove. Non per appiattire le differenze reali di esperienza, che esistono, eccome. Ma per rifiutare che quelle differenze decidano chi appartiene e chi no.

E poi facciamo qualcosa di più difficile: assicuriamoci che gli internazionali, tutti, siano davvero nella stanza quando si prendono decisioni che riguardano le loro vite. Non come case study. Non come statistiche. Non come oggetto di panel ben intenzionati, in cui la diversità è stata studiata sui libri ma raramente vissuta.

Non siamo panda da proteggere. Siamo professionisti, genitori, contribuenti, vicini di casa, persone con esperienze diverse, competenza e opinioni sulla nostra situazione.

Come diceva Nanni Moretti, le parole sono importanti. Ma lo è ancora di più chi ha il diritto di pronunciarle.

Se conosci qualcuno – expat, immigrato, internazionale, essere umano – che dovrebbe leggere questo, per favore mandaglielo. Per dirla di nuovo con Moretti, apriamo il dibattito, cui devono partecipare tutti.

P.S. Qui sotto l’ultimo numero di Ojalá di Alice Orrú che ho letto giusto prima di pubblicare. La telepatia.

#137 La (sottile?) linea rossa tra expat e migrante
May 6
at
9:35 AM
Relevant people

Log in or sign up

Join the most interesting and insightful discussions.