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Paranoia, desiderio e narcisismo: Too Much di Lena Dunham e il prezzo della rom-com

di Ylenia Magnani

Aspettavamo tuttə che Lena Dunham tornasse (e chi lo nega mente), che riaprisse il varco da cui se ne era andata lasciandoci nel 2017 con l'ultima straziante (e confusa) stagione di Girls. Volevamo i “nachos riscaldati” e il suo modo unico e respingente di raccontare l’amore romantico, fatto di attrazioni tossiche, egoismi, onestà disarmanti e abbruttimenti reali e poco televisivi. Ma a una condizione, che il suo lavoro fosse una versione più desiderabile e digeribile per la cultura woke che per qualche tempo, tra una crociata e l’altra, aveva scelto Lena Dunham come male ultimo della lotta femminista.

Too Much, la sua nuova serie Netflix, non vuole competere con Girls (non potrebbe farlo) ed è effettivamente una Dunham più patinata di quella che ricordavamo, ma dopo la prima metà del primo episodio, con un colpo di frusta, ci ricorda cosa ci fosse mancato della sua scrittura. I personaggi sono più reali di quanto vorremmo, Jessica (Megan Stalter), la protagonista, non è abbastanza comprensibile, è paranoica, arrabbiata e scostante. Tutto gira intorno alla sua tragedia personale, a un ex che l’ha distrutta e di cui è ossessionata. Si piace, ma non così tanto da saper evitare il demonico giochino di comparazione con la nuova “lei” dell’ex. Felix (interpretato da Will Sharpe), il ragazzo che incontra in un pub di South London a un giorno dal suo arrivo nella capitale, vive la sua di tragedia personale, è insoddisfatto, stanco di essere in uno stallo perpetuo, ma quando incontra Jessica sente di aver trovato qualcosa che lo ancora e che lo fa respirare dopo tanto tempo. 

E benché nello show i riferimenti cinematografici alla commedia romantica pura ci siano, quello che Dunham porta sullo schermo non rispetta fedelmente le buone maniere del canone. Jess e Felix iniziano a frequentarsi e sono imprevedibili, a lei piace che lui sia un “alieno gentile”, è insicura ma tende la mano, cerca di zittire la voce che le dice “look for red flags” ma continua a cercare mancanze che non ci sono. Felix non sa cosa fare dei muri che ha tirato su nelle relazioni passate ed è colto alla sprovvista da quanto Jess sembri esserci anche quando lui si nasconde.

Lena Dunham, che per la serie ha preso ispirazione dall’incontro avuto con il marito (e co-creatore dello show) Luis Felber, tiene insieme fragilità, desiderio e paranoia come pochi sanno fare. Lascia ai suoi personaggi la libertà di esistere sullo schermo con tutte le meschinità, il narcisismo e i piccoli dolori, senza farne il cuore della trama. È meritocratica nel concedere lo stesso spazio di una dichiarazione d’amore alla storia di un episodio memorabile di un centro estivo di vent’anni fa. Infatti, quando Felix rivela a Jessica il suo grosso segreto lei non reagisce come vorremmo, non riesce a stare nel silenzio richiesto dal momento e non offre un soundbite perfetto a una confidenza così intima. Fa quello che faremmo in tantə: dice la cosa sbagliata, cercando di allentare la tensione, ma fa un passo in avanti e non si paralizza, cercando di esserci senza giudizio. 

Il marchio Dunham torna però a un prezzo. Come avvenne dieci anni fa con il successo di Girls, l’accusa oggi è di continuare a rendere protagoniste donne paranoiche e narcisiste che non sanno riconoscere il limite del proprio ego, e che non rappresentano l’immagine che vorremmo rendere popolare. A differenza di dieci anni fa, però, nessuno ha il coraggio di obiettare sulle scelte del casting di Lena Dunham, che dopo anni di violenze verbali e bullismo sui social (per aver mostrato in Girls il proprio corpo in scene di sesso ordinarie) riporta sulle nostre televisioni un’intimità realistica tra corpi che si piacciono (e se lo dicono) ma che alla miglior cultura woke fatphobica rimangono ancora indigesti. E se questa fosse anche la sola eredità di Lena Dunham, forse sarebbe comunque abbastanza.

Jul 21
at
4:16 PM
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