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Il peso dei bagagli che non si vedono

Sono in aeroporto.

Mi fermo sempre un momento prima di imbarcarmi, solo per guardare. Il flusso di persone mi ha sempre affascinato — chi arriva, chi riparte, chi torna. Ognuno con una direzione, ognuno con una storia che non saprò mai.

Penso spesso al bagaglio che non si vede. Quello che non entra in stiva, che non passa ai raggi X. C’è chi parte con la tristezza in tasca, chi con la leggerezza di chi sa già cosa troverà dall’altra parte. Chi ha paura e lo nasconde guardando il tabellone. Chi è così felice da sembrare fuori posto in questo caos asettico di gate e caffè annacquati.

Il mio, adesso, è euforico.

Fra tre mesi prenderò un aereo e non tornerò. Vado a vivere a Bali.

Scriverlo è già strano. Dirlo ad alta voce lo è ancora di più. Per anni ho guardato persone fare esattamente questa cosa — alzarsi, decidere, partire — e pensavo che coraggio, che bravura. Come si guarda qualcuno fare una cosa che sembra impossibile, ammirandolo da lontano, dalla riva.

Ora sono io quella in mezzo al fiume.

Oggi parto per lavoro. Non sarà l’ultimo viaggio di questo tipo, ma li sto già contando sulle dita. C’è qualcosa di malinconico e meraviglioso insieme nel sapere che ogni cosa ha un ultimo — l’ultima riunione, l’ultimo lunedì uguale al precedente, l’ultima volta che salgo su un aereo pensando di tornare.

La normalità ha una data di scadenza. E io la conosco.

Nel frattempo osservo questa gente che si muove intorno a me, e mi chiedo quanti di loro stiano vivendo il loro momento di svolta senza saperlo ancora. Quanti stiano portando in tasca una decisione che cambierà tutto, ancora avvolta nel cellophane.

La mia è già aperta.

Jun 8
at
8:08 AM
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