Make money doing the work you believe in

Una moka, Asimov e i robot che tornano sempre

C’è una strana forma di continuità in certi momenti di vacanza.

Una moka appoggiata sul tavolo del campeggio, un libro consumato dal tempo, un po’ di silenzio intorno, e improvvisamente passato, presente e futuro si mettono a dialogare.

In questi giorni sto leggendo, o forse sarebbe meglio dire rileggendo con occhi diversi, I robot dell’alba di Isaac Asimov, in una vecchia edizione Urania: numero 1009, pubblicata il 10 novembre 1985., l’anno dopo mi sarei diplomato.

Già questo basterebbe a trasformare il libro in un piccolo oggetto del tempo. Non solo un romanzo di fantascienza, ma una specie di ponte personale: tra il ragazzo che ero, il docente che sarei diventato, il maker che continua a smontare, costruire, programmare e sperimentare.

La scena è semplice: campeggio, caffè, libro. Ma dentro questa semplicità c’è moltissimo.

Perché Asimov, per chi ama la tecnologia, non è mai soltanto narrativa è una palestra mentale. I suoi robot non sono semplici macchine, sono dispositivi narrativi per interrogare l’uomo, la società, la responsabilità, l’etica, la fiducia e la paura del cambiamento.

In I robot dell’alba ritroviamo Elijah Baley e R. Daneel Olivaw, dentro quel grande universo che collega robot, Spaziali, Impero e Fondazione, mondi separati solo in apparenza, che progressivamente costruiscono una visione potentissima: la tecnologia non è mai neutra, ma diventa parte della storia dell’umanità.

Forse è anche per questo che i robot, in modi diversi, rientrano da sempre nella mia vita: nella scuola, quando aiutano gli studenti a capire che la tecnologia non è magia ma progetto, logica, errore, tentativo e miglioramento; e nella mia passione personale, quando la fantascienza continua a sembrarmi non una fuga dalla realtà, ma uno strumento per leggerla meglio.

Asimov aveva capito una cosa fondamentale: i robot non ci interessano solo perché possono fare qualcosa al posto nostro, ci interessano perché ci costringono a chiederci che cosa vogliamo resti umano.

Oggi questa domanda è tornata con forza.

Mentre in Cina aziende come Unitree, UBTECH e AgiBot mostrano robot umanoidi capaci di camminare, manipolare oggetti, apprendere movimenti e integrarsi con sistemi di intelligenza artificiale, non siamo più soltanto davanti a macchine industriali chiuse dietro una barriera di sicurezza. Stiamo iniziando a vedere corpi artificiali mobili, sensoriali, connessi, adattivi.

La parola chiave è embodied AI: intelligenza artificiale incarnata. Non più solo un modello che genera testo su uno schermo, ma un sistema che percepisce l’ambiente, si muove nello spazio e agisce nel mondo reale ed è proprio qui che Asimov torna attuale, non perché avesse previsto nel dettaglio i robot umanoidi cinesi o le moderne reti neurali, sarebbe una semplificazione. Asimov non scriveva manuali tecnici sul futuro: scriveva esperimenti mentali, ma aveva anticipato il problema culturale.

Che cosa succede quando una macchina diventa abbastanza complessa da non essere più percepita come un semplice utensile?

Forse una moka in campeggio e un vecchio Urania del 1985 sono ancora un ottimo punto di partenza per pensarci 😊

Jun 28
at
1:09 PM
Relevant people

Log in or sign up

Join the most interesting and insightful discussions.