“Gli umani rivendicano qualità che non usano.”
Questa frase mi rimbomba in testa da stamattina.
Mettiamo per una manciata di secondi da parte il timore verso la tecnologia intelligente e generativa, mettiamo da parte tutte le riflessioni al seguito e che sono corrette e usiamo una sola domanda nel modo più semplice che sentite: “Perché ci dà fastidio l’AI ?”
Perché segue algoritmi, perché non ha sfumature, e ci normalizza ad un unico modello standard e… non ha “libero arbitrio”.
Poi però, noi:
Nel mio lavoro lo vedo ogni giorno, quando si parla di dolore o limitazioni o, in genere, di non comfort.
Rivendichiamo unicità, intelligenza, ascolto del corpo poi, arriviamo con decisioni già prese, da altri.
Esempi? Di seguito:
“Questo plantare lo raccontano tutti ottimo.”
Cosa? un generico, non costruito su una persona, su di te, ma costruito su un umano generico? E allora l’umano generico sei tu oppure ci assomigli solo?
“Questa scarpa è comodissima, ha la suola che si forma.”
Bene: intendi quella con materiale adattabile, formabile, uguale per chiunque e, soprattutto, a dati certi comprovati, quella che amplifica ogni deriva della tua centratura posturale?
E intanto il dolore resta.
E la domanda arriva dopo: “Adesso però non so più cosa fare, ho male.”
Non è una mancanza di capacità. È una rinuncia.
Perché scegliere davvero è più difficile che seguire. Ascoltare è più complesso che adattarsi. Costruire è più impegnativo che copiare.
L’AI non ha libero arbitrio. Ma è coerente con ciò che è.
L’umano sì, ce l’ha, spesso non lo usa.
Sarà questo a infastidirci di più ?