Questo marzo mi ha regalato un’altra giornata fredda. Stamattina, mentre passeggiavo, l’aria era pungente come in pieno inverno.
Il mercato silenzioso mi ha accolto con i soliti pacati sorrisi e i banchi colmi di colori e scelte. Ho preso il mio cappuccino lì, tra i tavoli vuoti e gli scaffali dei libri in prestito che fanno da corredo a questo piccolo mondo. La signora del bar ha disegnato un cuore di cacao sul mio cappuccino, il fruttivendolo mi ha descritto le verdure già tagliate e imbustate con dovizia di particolari e tanta gentilezza.
Non so voi, ma io amo i mercati.
Il mio preferito romano è quello noto di Campo de’ Fiori, dove andavo spesso nei primi anni di vita romana, quando vivevo e lavoravo in Centro.
Oggi i mercati sono diventati di moda, luoghi da attraversare con lo sguardo prima ancora che con le mani, da fotografare, da raccontare attraverso l’estetica. Ma non sono solo luoghi di scelta e di colori, sono il punto in cui una città mostra il suo ventre, come ben sapeva Matilde Serao, quando guardava Napoli senza indulgenza e senza abbellimenti.
E forse è proprio questo che continuo a cercare nei mercati, non solo la bellezza, ma quella verità discreta che resiste sotto ogni gesto gentile e ogni banco ordinato, e che, anche nelle mattine più fredde, sa ancora farsi sentire.
La foto della tazza fa parte della serie Cerchi del mattino che, prima o poi, proseguirò. Non so più quante tazze e pizzini di parole scomposte ho da riordinare.