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“Hanno cominciato prendendo di mira un gruppo marginalizzato, trasformato nel capro espiatorio perfetto: i prezzi delle case sono alti? Colpa degli immigrati. Il cibo costa troppo? Colpa degli immigrati. In realtà, sappiamo tutti che la responsabilità è dei miliardari, ma questa retorica serve a testare fino a che punto può spingersi l’autoritarismo. Se possiamo far sparire persone dalle strade, se possono morire in detenzione per condizioni disumane, se possiamo separare genitori e figli o sottoporre donne a interventi riproduttivi forzati senza che ci sia una reazione, allora cos’altro possiamo fare? Negli ultimi mesi questo esperimento si è allargato. A partire dalla scorsa estate, l’agenzia che si occupa delle pratiche migratorie ha annunciato che per qualsiasi richiesta di visto o status di residenza verranno analizzati anni di attività sui social media. Non solo i post pubblicati, ma anche i “like”, i commenti, le condivisioni. Inizialmente riguardava contenuti pro-palestinesi o critici verso Israele, ora riguarda qualunque posizione percepita come “anti-governativa”.

Abbiamo dovuto dire alle persone: fate attenzione a quello che pubblicate. Ma non cancellate nulla, perché cancellare può peggiorare la situazione. La sorveglianza si sta espandendo, e non riguarda più solo chi chiede un visto. È così che anche noi siamo finiti nelle liste”.

Da un’intervista a un’avvocata di una immigration clinic del Nevada. Domani su Sky Insider.

Feb 5
at
8:41 AM

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